[7/5/2007] - Opera Fratel Ettore, la casa degli ultimi

Un personaggio singolare: Fratel Ettore Boschini, Camillano, per la sua vita e per la scelta di aiutare i poveri non dall´alto, ma mettendosi accanto a loro, facendosi uno di loro secondo l´esempio del suo Fondatore e maestro Camillo de Lellis, ma - forse - anche di un´altra figura, alla quale si ispirò pure San Camillo, quel San Francesco d´Assisi che fu tra i primi, in un mondo soggiogato dalla ricchezza, a comprendere come la povertà fosse il nocciolo del messaggio evangelico.

Per capire il carisma e comprendere l´origine dell´esperienza di Fratel Ettore Boschini a servizio dei poveri bisogna riascoltare alcune parole da lui pronunciate nel corso di un´intervista in cui parla del suo arrivo a Milano:

"La mia è semplicemente una storia d´amore, un percorso scelto per me da Dio. Una mattina bussa da me un uomo, era malato, stanco, sporco. Chiedeva aiuto. Ho spogliato delicatamente il suo corpo coperto di piaghe, l´ho lavato e medicato. Quel giorno di tanti anni fa la mia scelta è diventata definitiva, non avrei aspettato che gli ultimi della terra arrivassero moribondi alla mia porta: sarei andato io a cercarli sui marciapiedi, nelle stazioni e nei sottoscala della città".

Difficile contare le sue notti insonni, trascorse alla guida di un pulmino traballante, lungo le vie meno frequentate di Milano. Andava alla ricerca dei suoi poveri, di chi non aveva né tetto né cibo. "Hai fame? Hai bisogno di un vestito? Vuoi venire con me?".

Quando c´era da soccorrere, intervenire, dare sollievo alle sofferenze, non si fermava davanti a nulla. Senza clamori, in anni di rinunce e sofferenze, ha saputo provvedere tempestivamente ad alcune tra le urgenze più drammatiche di Milano. Per primo ha accolto i barboni che languivano sui binari della Stazione centrale.

Per primo ha deciso, già alla fine degli anni settanta, di aprire le porte dei suoi Rifugi agli immigrati, offrendo conforto materiale e parole di speranza. Ha istituito uno dei primi centri privati per accogliere gli ammalati di Aids, alla fine degli anni Ottanta. Il suo centro in uno dei padiglioni del "Paolo Pini" ad Affori, è stato a lungo l´unica alternativa alle poche strutture pubbliche esistenti. Con lo stesso slancio inesausto ha pensato ai tossicodipendenti, ai malati mentali, agli anziani lungo degenti e senza assistenza. Ha operato con uno spirito libero di sussidiarietà.

Devotissimo a Maria, angosciato quando rubarono la statua davanti al dormitorio di via Sammartini, si mise a girare per Milano su una scassatissima automobile con la sacra immagine legata sul tettuccio, mentre da un megafono usciva la sua voce che recitava il rosario. Allo scoppio della guerra nei Balcani portò la sua Mamma Celeste in piazza Duomo, la pose sui gradini, si inginocchiò e cominciò a sgranare la corona, fra lo stupore della folla, per chiedere la fine della guerra.

Desidero ricordare tre immagini che mi hanno colpito, tra le tante della sua personalità e del suo modo di essere.
Il lavoro lo accompagnava sempre, costruiva con le persone che lo circondavano le case, i rifugi, le opere che potevano portare riparo, cura e assistenza agli uomini e alle donne sole, abbandonate, in difficoltà, perse, ammalate, diverse, senza dimora. Il lavoro è sempre stato un motore di relazione e di preghiera. Così è nata la casa Betania di Seveso, quando la sevesina Adalgisa Pontiggia ha deciso di donarla all´opera di fratel Ettore, grazie al lavoro costante, quotidiano, alle pale e ai picconi, alla solidarietà che solo il lavoro sa mettere in campo.

Non ha mai voluto usare la stufa a gas, amava la legna, l´ardere del fuoco, anche perché attraverso la legna era possibile raccogliere, anche qui fare un lavoro, utilizzare gli scarti, dedicare un tempo per cucinare e usare ciò che era utile. Mettere in relazione le persone per uno scopo.

Infine fratel Ettore aveva fede piena nella Provvidenza. Aveva la convinzione che i magazzini dovessero sempre<